In un lunedì
mite e soleggiato che fa pensare al
tardo aprile piuttosto che alla metà
di ottobre sono salito sul treno che
mi porterà dalla natia Genova
a Milano per il secondo appuntamento
della mia "stagione concertistica"
2007-2008 (il primo è stato rappresentato
da una intensa e affollata esibizione
di Behemoth, Kataklysm e Aborted, sempre
a Milano qualche settimana prima). Mentre
l'intercity di Trenitalia scivolava
fra Tortona e Voghera pensavo oziosamente
al fatto che, alla veneranda età
di 33 anni - che mi accomuna a un certo
carpentiere acrobata del crocifisso
- sono ancora ad attraversare lo stivale
per assistere alle performance di tizi
improbabili addobbati di cuoio e borchie...
liquidando la questione concludendo
che avrei potuto finire molto peggio,
ad esempio se la Mercedes che mi ha
tirato sotto a inizio agosto (incidentalmente
impedendomi di assistere a un truffaldino
evento death metal nell'area vesuviana)
fosse andata un 20 Km/h più forte.
Ben
presto l'anticipazione per l'evento
cui mi apprestavo ad assistere ha la
meglio su ogni altra considerazione,
giacché mi sto prendendo ancora
a calci per essermi perso la reunion
degli Accept nel 2005, una discesa del
loro frontman in terra italica non poteva
che vedermi entusiasta e presente, quando
poi un "coup de maitre" del
promoter riesce ad abbinare alla solo
band di Udo un pezzo da novanta del
Power Metal tedesco come i Primal Fear,
la serata lascia presagire letteralmente
fuoco e fiamme.
La
nuova pennetta Usb da 4 Giga, accuratamente
"farcita" di brani di cui
aspettavo l'esecuzione, scandiva il
mio sfrecciare nel placido paesaggio
padano, attraverso e al di là
dell'Oltrepo Pavese al suono di storici
inni Acceptiani e più recenti
proposte di Herr Dirkschneider (fra
cui l'ottimo ultimo album, che trovo
una spanna sopra agli ultimi); non mancano,
poi, le brucianti esecuzioni delle poche
"SS" che mi piacciano, cioè
Ralf Scheepers e Matt Sinner, sia nelle
prime uscite spudoratamente ispirate
a Painkiller che negli ultimi album
(Seven Seals e New Religion) dove la
band cerca di trovare una dimensione
più personale.
Arrivato
a Milano, la metro mi ha portato in
via Valtellina a poco più di
un'ora prima dell'apertura dei cancelli,
un rapido boccone in una panetteria
(sorvolerò sul commentare ciò
che nella metropoli meneghina viene
venduto come "focaccia"...hghhhhhh!!!!
:-PPP) ed ero pronto per entrare.
Come
sempre più spesso mi capita ho
riconosciuto un volto fra la folla,
un cenno, un saluto mi permettono di
recuperare una casuale conoscenza (tale
"Tony") con cui trascorsi
una interminabile nottata presso la
stazione di Tradate dopo il termine
del memorabile TIF 2005, che mi aveva
regalato le esibizioni (fra gli altri)
di Riot, Candlemass, Brainstorm, Exciter,
Anvil, Dissection, Saxon e DIO!!
Rimanendo
mezz'oretta a chiacchierare con Tony
elaboriamo su concerti memorabili a
cui siamo stati in questi due anni (lui
ha gusti più 'classici' e 'rocchettari'
dei miei, ma con notevoli sovrapposizioni)
fino a che lui mi saluta per andare
a recuperare un amico che non riesce
a parcheggiare.
Finalmente
sono dentro.
Complice
il fatto che fosse lunedì (secondo
me causa principale del non stellare
afflusso di pubblico) riesco ben presto
a insinuarmi in primissima fila, fatto
che mi ha permesso di realizzare i nitidi
scatti che corredano la review; ben
presto i roadies abbandonano il palco
(sembra che abbia aperto un gruppo veneto,
che però mi sono perso e di cui
non so niente, se qualcuno di loro mi
sta leggendo... sorry guys... ) e lasciano
il posto a Scheepers e compagni che
subito si lanciano in una "Sign
of Fear" che fa molto per dissipare
i dubbi che avevo riguardo al temporaneo
ritorno di Alex Beyrodt al posto di
Stefan Leibing, il pezzo di inizio è
infatti molto trascinante e scatena
l'entusiasmo dei presenti, che subito
dopo vengono spinti sul "Rollercoaster".
Toccati i due ultimi album i PF eseguono
due pezzi meno recenti e più
intrisi del vecchio sound "alla
Painkiller", "Runnin in the
Dust" e quella "Nuclear Fire"
che tanto mi impressionò quando
li vidi per la prima volta nel 2001.
Si torna a "New Religion"
con "Face the Emptiness",
poi un passo indietro per la title-track
dell'album precedente seguita da una
convincentissima "Angel in Black".
"Iron Fist in a Velvet Glove",
"New Religion" (bellissima!)
e la più standard "Battallions
of Hate" mantengono alta la temperatura,
tanto che Ralf rimuove la longsleeve
della Harley Davidson di Bolzano (!)
e scopre i bicipiti, risultando sempre
più simile alla versione metal
di Mastro Lindo!
"Demons
and Angels" fa da preludio alla
più lenta e melanconica "Fighting
the Darkness", da cui si passa
alla meravigliosa "Final Embrace";
dopo la presentazione della band, culminata
in vere e proprie ovazioni per Ralf
e Matt, i Primal Fear "esplodono"
in "Metal is Forever", vero
e proprio inno alla rinascita del Power
Metal, ancora storditi dall'anthem,
quasi non ci accorgiamo della temporanea
ritirata della band, che però
torna per l'encore regalandoci "Blood
on your Hands" e una tonitruante
"Chainbreaker" che (non vogliatemene),
avrei visto bene su "Ram it Down"
(magari al posto di "Love Zone"!!).
Il tempo, tiranno come sempre, non consente
l'esecuzione di "Eye of an Eagle",
pure indicata sulla scaletta di cui
mi sono appropriato nell'intervallo
fra i due headliners.
Finalmente
la road crew termina il suo dovere,
reso non più facile dal fatto
di dover scomporre il non piccolissimo
drumset di Randy Black per poi sostituirvi
quello ancor più massiccio e
imponente di Francesco Jovino, il pubblico
si è rinforzato di circa un altro
centinaio di unità (sempre insufficienti
per la fama e il calibro di Udo e soci...
secondo me), fra cui tre signore quarantenni
che si mettono dietro di me, vestite
in jeans e camicette senza nessun accessiorio
metallaro, quasi che si fossero recate
alla gig appena messa in tavola la cena
o tornate dal lavoro "Meglio"
- dico fra me - "di certo loro
non si metteranno a fare pogo violento..."
ho avuto poi modo di pentirmi del mio
ottimismo, ma vi deluciderò in
merito fra qualche riga.
Con
pochissima pompa (e quasi nessuna circostanza)
Gianola, Iovino, Wienhold e il batterista
convertitosi alle sei corde (Kaufmann)
saltano sul palco, iniziano a macinare
la title track del loro ultimo lavoro,
seguiti a breve dalla inconfondibile
sagoma del piccolo e massiccio rocker
di Wuppertal, come da copione addobbato
in mimetica ma armato solo di radiomicrofono
e della sua ugola urticante, dopo "Mastercutor"
arriva, senza nemmeno un istante di
pausa, 24/7 durante la quale, vista
la provvidenziale scarsità di
fumo artificiale (che disturba molto
la mia vecchia digicam) mi prodigo nel
realizzare più scatti possibili
agli artisti... a quel punto le tre
quarantenni dietro di me "impazziscono"
e iniziano a dimenarsi e fare più
casino di una vagonata di tredicenni
al concerto dei Teik Dèt (si
vede che da ragazzine stravedevano per
gli Accept? ), morale, mi sono ritrovato
spinto, urtato, pressato, afferrato
da tre signore verso le quali avevo
le mie belle remore a ricambiare gli
scossoni, o forse erano inconfessate
avances?
Non
lo saprò mai, ma in compenso
posso riferire che l'esibizione è
proseguita con "They Want War",
"Heart of Gold", "Thunderball"
e finalmente i primi hit anni '80, rappresentati
da "Metal Heart", con l'immortale
assolo Beethoveniano e una coinvolgente
"Princess of the Dawn" accompagnata
pressoché all'unisono dai presenti.
Gli
assoli di Jovino e Gianola consentono
a Udo di spezzare il ritmo e ai due
musicisti di mettere in risalto i loro
talenti prima di ripartire a mille con
una fantastica "Animal House"
e una convincente "Man and Machine"
che mi ha coinvolto molto di più
della versione da studio.
Dopo
una prima ritirata l'encore ci riserva
"Holy", la LEGGENDARIA "Balls
to the Wall" e, infine, una chicca
di cui non mi scorderò tanto
presto.
Io
mi aspettavo come ultimo pezzo "I'm
a Rebel" ma, soddisfacendo una
inconfessata preghiera, Udo introduce
l'ultimo brano dicendo: "Ho bisogno
del vostro aiuto per l'intro di questo
pezzo... che fa così... Ahi-di,
Ahi-do-Ahi-da..." e infatti con
un balzo all'indietro di 25 anni torniamo
ai tempi di "Restless and Wild"
per una magistrale versione di "Fast
as a Shark" che mi ha visto tuffarmi
nel fitto del pogo nonostante fossi
fresco reduce di due fratture, tanto
è stato l'entusiasmo a sentire
quelle note fulminanti finalmente dal
vivo!!
In
definitiva, due performance molto buone,
più equilibrata quella dei Primal
Fear, sempre attenti a mantenere ogni
loro produzione su standard qualitativi
uniformi, Udo e soci, con alle spalle
una carriera post-Accept lunga esattamente
vent'anni e una serie di uscite un po'
più all'insegna dell' "hit
and miss" hanno alternato brani
storici - sapete quali -, altri più
standard e alcuni meno convincenti,
tanto che probabilmente non li ho neppure
trattenuti nella memoria.
Sono
uscito dall'Alcatraz prima di mezzanotte
totalmente soddisfatto dal concerto,
con in mano una T-shirt dei PF e un
unico piccolo rimpianto: quello di non
avere avuto più metalheads al
mio fianco in questa serata milanese
quantomeno per omaggiare degnamente
una piccola, grande icona del Power
Europeo come Udo.