Un concerto metal è sempre
una bella esperienza da vivere, ma quando ci
sono di mezzo gli Iron Maiden le probabilità
che l’esperienza diventi irripetibile
crescono esponenzialmente. Se a questo aggiungiamo
anche una “spalla” di lusso come
i Gamma Ray... Beh, le premesse per assistere
ad un evento epocale ci sono tutte!
Conscio di tutto ciò, non posso mancare
all’appuntamento con la storia e, previa
l’acquisto (con larghissimo anticipo)
del mio lasciapassare per il paradiso (leggi:
il biglietto del concerto...!), il 27 Ottobre
2003 mi metto in marcia alla volta di Milano.
Dopo un piacevole viaggio passato a discutere
con i miei compagni di viaggio di musica e non
solo, poco prima delle 16 giungo nel parcheggio
del Filaforum: giusto il tempo di dare un’occhiata
alla moltitudine di bancarelle nei dintorni
del piazzale e poi mi metto pazientemente in
coda. L’attesa è piuttosto snervante
(sostengo ancora che nel piazzale del Filaforum
ci sia una distorsione temporale che fa scorrere
i minuti più lentamente che altrove),
ma dopo 3 ore circa i cancelli si aprono e la
gente comincia ad entrare. Le operazioni procedono
un po’ a rilento, tanto che molta gente
si perderà la prima parte del concerto
dei Gamma Ray per colpa della coda ai cancelli.
Fortunatamente io sono in buona posizione e
riesco ad entrare piuttosto in fretta.
Alle 20 circa le luci si spengono e si diffondono
per tutto il Filaforum le note di “Welcome”
accompagnate da un boato.
- Piccola digressione: sono stato molto contento
di constatare che i Gamma Ray sono stati accolti
benissimo dal pubblico. Qui in Italia sono
molto conosciuti ed apprezzati, ma dopotutto
suonavano di spalla ai Maiden ed il rischio
di un’audience “freddina”
era tangibile, invece il pubblico ha dimostrato
grande calore e la loro prestazione non ha
fatto altro che accrescere l’entusiasmo
della platea. Fine digressione. -
Compaiono sul palco le sagome dei 4 di Amburgo
e parte la fulmicotonea “Gardens Of
The Sinner”. Si capisce subito che lo
show di Kai & C. sarà qualcosa
di più dell’esibizione di un
gruppo spalla: i suoni sono pulitissimi e
perfettamente bilanciati, Kai stesso è
in gran forma vocale e la precisione del gruppo
è quella consueta: si passa a Razorblade
Sigh, eseguita alla grande, seguita da New
World Order che mi piace sempre di più
(ormai ho rivalutato alla grande l’ultimo
album del Raggio Gamma). Poi si passa all’immortale
Rebellion in Dreamland, una delle più
belle canzoni dei Gamma Ray ed in generale
del power metal moderno. La canzone viene
privata della seconda parte di assoli ed allacciata
al pezzo che fa tremare i muri del Filaforum:
I Want Out! Il pubblico vuole tutto meno che
uscire e ci godiamo una splendida versione
del superclassico degli Helloween, arricchita
dal nostro coro davvero imponente che si intreccia
con ritornello cantato da Kai. Finisce la
canzone in un boato assordante, ma non facciamo
in tempo a riprenderci che parte Heavy Metal
Universe, sempre più un inno Hanseniano.
A metà canzone, come al solito, Kai
chiede il nostro aiuto per “creare un
Universo Heavy Metal”, con i consueti
sfottò sulla nostra scarsa vena canora
puntualmente smentiti dai nostri crescenti
urli cadenzati dal “4” del rosso
cantante amburghese. Si chiude con “Send
Me A Sign”, canzone ultra-melodica che
fa letteralmente scatenare il pubblico. I
ragazzi sul palco sono molto contenti dell’accoglienza
ricevuta e Kai ci lascia con la solita promessa
(che ormai sono sicuro manterrà): “The
Rays will be back!!!”.
A questo punto il rammarico è di non
aver sentito un concerto intero anche dei
Gamma Ray, perché vista la loro vena
ci sarebbe stato da divertirsi! Di certo l’audience
è caricatissima: i Maiden non avrebbero
potuto scegliere spalla migliore per i loro
concerti, almeno qui in Italia!
Quando si riaccendono le luci il colpo d’occhio
nell’arena è impressionante ed
imponente: non si vede uno spazio libero,
un’immensa marea umana è fluita
in ogni dove. E’ davvero un piacere
vedere così tanta gente ad un concerto
metal!
Dopo aver sgomberato il palco dagli strumenti
dei Gamma Ray, gli addetti cominciano a stendere
un tappeto con il simbolo che si trova nel
booklet di Dance Of Death e l’attesa
si fa spasmodica. Il palco guadagna molto
spazio senza la batteria al centro, si può
infatti intuire lo strumento di Nicko “incastonato”
in una scenografia ancora nascosta da teloni
neri, ma che si scoprirà essere grandiosa.
Alla fine le luci si spengono e il boato degli
oltre 10000 del Filaforum sale altissimo.
Parte una intro sinfonica al termine della
quale si intravede l’imponente figura
del drummer dietro le pelli e fanno il loro
ingresso anche gli altri 4 musicisti. Si comincia
con Wildest Dream, le luci illuminano un enorme
castello con tanto di camminatoi intorno al
palco e due statue raffiguranti la morte alle
spalle dello stesso. Appena comincia la parte
cantata appare anche Bruce, come una saetta,
con un paio di pantaloni a frange che avrebbero
fatto invidia a Little Tony... Il singer britannico
è in forma strepitosa, fisicamente
e anche vocalmente, ma almeno per una canzone
e mezzo non possiamo rendercene conto perché
in pratica la voce non si sente. Impressionanti,
invece, le corse e i salti che Bruce effettua
con disinvoltura durante il pezzo: continuerà
per tutto il concerto senza un minimo segno
di cedimento.
Wildest Dream è l’apripista ideale
per il concerto, ma a partire dal secondo
pezzo si fa sul serio: Wrathchild! Ho sempre
adorato questa canzone e l’esecuzione
dei sei sul palco mi lascia assolutamente
soddisfatto. Bellissimi anche i teli giganti
che accompagnano ogni canzone: ogni volta
che su uno di questi c’è Eddie
il pubblico va in delirio. Subito dopo si
passa a Can I Play With Madness, che onestamente
dal vivo guadagna mille e più punti,
risultando molto più incisiva che su
disco: risolti i problemi tecnici, adesso
la voce di Bruce svetta regale regalando momenti
di grande musica.
Arriva uno dei momenti più attesi dell’intero
concerto (almeno per il sottoscritto), ovvero
l’esecuzione di The Trooper. Un gigantesco
Eddie in divisa campeggia alle spalle del
palco quando risuona il tipico urlo di Bruce,
che poi sale sulla passerella alle spalle
di Nicko e brandisce una bandiera britannica
rovinata dalla battaglia: è un’altra
gemma della serata, l’esecuzione pressoché
perfetta esalta la platea all’inverosimile.
Tocca poi a Rainmaker, canzone che onestamente
non mi cattura più di tanto, indi si
passa a Dance Of Death. La canzone in sé
si presta benissimo ad un’esecuzione
recitata, vuoi per l’incedere, vuoi
per il testo che ha: è comunque una
sorpresa, quando le luci illuminano il palco
e la musica parte, trovare Bruce seduto ad
un lato del palco con tanto di mantello e
maschera in volto mentre comincia la “narrazione”.
In effetti la riproposizione dei Maiden ha
arricchito il pezzo di un elemento visuale
non indifferente, aiutando non poco a capire
il testo e regalando quel pizzico di suggestione
che contribuisce a rendere un po’ magica
l’atmosfera che si respira ai concerti
del gruppo inglese. Se a questo aggiungiamo
un sapiente uso delle luci (e non sarà
l’unica volta), il risultato è
fantastico: senza dubbio uno dei momenti più
alti dello show.
Dopo un “coup de théâtre”
come quello di DoD, ci vuole una canzone un
po’ più energica: ecco quindi
Brave New World, che per la seconda volta
propone il tema del pezzo decisamente più
convincente on stage che su album, davvero
coinvolgente.
Si giunge quindi a quello che, a mio modesto
parere, è stato l’episodio migliore
dell’intero spettacolo: sto parlando
di Paschendale. La canzone mi piaceva già
dopo aver ascoltato il CD, ma dopo averla
vista riproposta in questo modo non esito
a definirla un capolavoro! Al solito tra una
canzone e l’altra le luci si spengono
e quando comincia l’eterea introduzione
di chitarra, alle spalle del palco è
raffigurato un campo di battaglia con migliaia
di cadaveri. Sulle passerelle dietro alla
batteria sono comparsi quattro reticoli di
filo spinato. Sopra ci sono tre corpi immobili.
All’improvviso uno di questi si anima
e si alza in piedi, rivelandosi essere Dickinson
con tanto di elmetto e cappotto militare.
La canzone ha un bellissimo testo e viene
eseguita con molto trasporto da tutto il gruppo.
Il fumo e le luci magistralmente manovrate
contribuiscono a creare un’atmosfera
particolarmente opprimente mentre la canzone
si dipana con i suoi improvvisi sussulti.
Il finale è accolto da applausi a scena
aperta.
Dopo questo stillicidio di emozioni si passa
a Lord Of The Flies, canzone abbastanza canonica
per i Maiden se non fosse che, per la prima
volta da quando vado ai concerti, assisto
ad un pezzo cantato in tonalità più
alta (e mica di poco!) dell’originale.
Come si dice dalle mie parti, Bruce dà
il bianco col rullo. Altro episodio dall’album
nuovo, ovvero No More Lies: ovviamente l’esecuzione
è pressoché perfetta ed anche
l’infinito ritornello trova una ragion
d’essere in sede live.
Si giunge dunque ad un trio da far tremare
i polsi: Hallowed Be Thy Name, Fear Of The
Dark ed Iron Maiden! Roba da stendere un bue
(ed infatti nel pit “se le danno di
santa ragione”!): per me che non avevo
mai visto gli Iron sentire dal vivo (tra l’altro
cantate alla grandissima) un trio di canzoni
del genere è stata un’esperienza
memorabile. Durante Iron Maiden alle spalle
del palco è comparso anche un gigantesco
Eddie (munito di mantello con cappuccio e
falce) che ha indicato tutto il pubblico col
suo ghigno malefico stampato in faccia.
Dopo l’uscita di scena della band e
le consuete acclamazioni, siamo pronti per
i bis: si parte con The Journeyman, anticipato
dalla presentazione della band (e, alle acclamazioni
per Nicko, Bruce che guarda la platea quasi
sorpreso e chiede: “Are you related?”).
La canzone in sé è molto suggestiva,
ma risente del difetto che hanno molte canzoni
recenti e non dei Maiden: è un po’
troppo prolissa... Ma ci si passa sopra senza
troppi problemi.
La chiusura è davvero col botto: The
Number Of The Beast (con Eddie che entra sul
palco e fa la sua solita lotta con Janick
Gers) e Run To The Hills. Finiamo senza fiato.
Il gruppo ringrazia e sembra davvero soddisfatto
dell’accoglienza riservatagli (Bruce
in apertura di concerto aveva già espresso
la sua soddisfazione per il fatto che DoD
era stato in testa alle classifiche di vendita
in Italia) e il singer arriva a promettere
che i Maiden torneranno in Italia, magari
per qualche festival, fra non troppo tempo
(e qui si aprono le scommesse...). Seguono
le consuete foto di rito con sullo sfondo
il pubblico festante e le luci si spengono
su uno dei più grandiosi concerti metal
a cui mi sia mai capitato di assistere. I
Maiden non si discutono, continuano ad essere
una garanzia ed è sempre un immenso
piacere vederli suonare. Steve Harris ha cantato
ogni singola parola di ogni canzone mentre
suonava, Nicko è stato perfetto dietro
le pelli, Janick Gers ha messo in mostra le
sue doti di acrobata e giocoliere della 6
corde, Adrian Smith ha incantato con la sua
infinita classe, Dave Murray ha macinato assoli
su assoli con una naturalezza disarmante e
Bruce... Beh, signori: questo è IL
cantante. Nient’altro da dire. La sirena
non avrà più la voce di una
volta, ma continua a soggiogare la platea
come nessun altro cantante è in grado
di fare. Chapeau, Monsieur Dickinson.
Infine vorrei spezzare una lancia anche per
i Gamma Ray, a mio parere molto più
di una semplice spalla. Spero che molta gente
che non sapeva chi fossero abbia imparato
a conoscerli e che abbiano ancora più
notorietà qui da noi, perché
se la meritano tutta!