E'
dal 2001 (anno di uscita di "Alive In Ultra
World", doppio live con brani inediti) che
Steve Vai non deliziava i propri fans con un full
lenght nuovo di zecca, e per l'ultimo album da
studio bisogna spingerci fino a "The Ultra
Zone" (1999). Tuttavia, niente (o poco) sembra
essere cambiato: Steve Vai è sempre lo
stesso, genio e sregolatezza, per cui prendere
o lasciare.
Dopo un scala quasi "loopata"
parte
la prima traccia,"Building the Church":
la melodia esotica potrebbe farci pensare che
non si tratti del vecchio Steve Vai, ma le frasi
dell'assolo e, sopratutto, i suoni lo smascherano
subito. E' un buon brano, di facile assimilazione,
anche se un pò troppo ripetitivo, forse.
Dato che questo nuovo album dovrebbe essere la
prima parte di una "favola rock" (come
scrive lo stesso Vai nel booklet), non può
essere interamente strumentale: ed ecco che arriva
il primo brano cantato, "Dying For Your Love".
La struttura del pezzo è molto semplice
e, a parte l'assolo, potrebbe essere interamente
riprodotta da una consolle senza problemi di sorta.
A questo punto, potrebbe venire la voglia di levare
il cd dal lettore, e andare a recrimnare i 20€,
se non fosse che "Glorius" sembra risollevare
il tono dell'album. Ecco lo Steve Vai sperimentatore
di suoni che avevamo potuto già ammirare
su "Alien Love Secrets" con la sua voce
venusiana: la strana melodia orientaleggiante
della chitarra effettata (come solo lui sa fare)
ci accompagna fino al
pezzo centrale del brano, che si rinvigorisce
con il solito assolo alla Steve Vai (niente di
mai sentito), per poi chiudersi riproponendo la
melodia principale. Ed ecco alla 4 traccia il
primo "lento" del disco, nonchè
il primo brano veramente degno di nota: un abbraccio
prolungato della sua Ibanez su un soffice tappeto
di contro-tempo. E mentre, ancora avvolti in un'atmosfera
sognante, ci avviciniamo al cuore dell'album,
sentiamo uno "boom shika boom shika..."
che non farebbe presagire nulla di buono, se non
fosse per l'attacco di basso (che, a dire il vero,
si fa un pò aspettare), seguito a ruota
da trombe, sassofono e tromboni che non fanno
altro che dimostrare la grande versatilità
ed il grande ingegno di questo artista: il secondo
pezzo cantato del disco, "Firewall",
è nettamente superiore al suo predecessore:
in questo brano atipico non si sente neanche la
mancanza del virtuosismo esasperato e delle tipiche
trovate di Steve.
Ed ecco che arriviamo alla prima perla del disco:
"Freak Show Excess". Le note di un sitar
ci immettono in quello che è, senza dubbio,
uno dei capolavori dell'album, con degli scatenati
Billy Sheehan (e qui è davvero la prima
volta in tutto il disco dove si riconosce il suo
tocco) e Jeremy Colson ad assecondare i repentini
e continui cambi di tempo della struttura ritmica
del pezzo, su cui Steve si diverte a giocherellare
con le proprie capacità chitarristiche.
La pazienza è stata già ben ripagata.
Il 7 pezzo, come è ormai consuetudine,
è un lento, e stavolta Steve è accompagnato
da un'orchestra.
Questo è il secondo capolavoro dell'album:
oltre alla tecnica, Steve dimostra di avere una
grande sensibilità melodica ed un'ottima
scelta di suoni, riuscendo a spremere al meglio
la propria 6 corde, fino ad arrivare al "solito"
finale in solitaria, strascicato e prolungato.
Genio e follia:"Yai-yai" sono 2 minuti
e 37 in cui si diverte, mediante una sapiente
miscela di effetti, a far letteralmente cantare
alla sua chitarra le parole che danno il titolo
al brano. Seguono "Midway creatures"
(niente di particolarmente eclatante, negli standard
della normalità vaina) e "I'm Your
Secrets" (un lento acustico, cantato, molto
rilassante e apprezzabile), prima della chiusura
con "Under it all", ultima perla del
disco: si ritorna a un drumming spezzato e ricco
di accenti, e ad un riffing abbastanza massiccio,
intermezzato da un testo che sembrerebbe interminabile,
se non fosse accompagnato anche dalle ottime frasi
chitarristiche, che conducono per mano il pezzo
fino ad un allentamento della tensione, lasciando
spazio unicamente alle voci dei protagonisti di
questa prima parte della favola rock firmata Steve
Vai,
ormai giunta alla fine.
In conclusione: è un buon album per tutti
i fans di Steve Vai (non più su del 7 /
7 e mezzo), abituati con il suo sali-scendi qualitativo,
anche all'interno dello stesso album, ma da evitare
come la peste per chiunque non abbia mai provato
grande simpatia per questo chitarrista, dal momento
che questo cd certamente non gli farà cambiare
idea.