Eccoci
arrivati al quarto capitolo di questa frizzante
realtà finlandese: i Sonata Arctica. Questi
bravi finnici, in attività con varie demo
sin dal lontano 1996, che dopo vari cambi di formazione
sono riusciti oggi grazie (soprattutto) alla loro
perizia strumentale e a uno spiccato senso della
melodia, a diventare una delle realtà pù
variegate e originali di quel calderone che è
il power metal.
Questo album, rispetto ai precedenti Ecliptica
(1999), Silence (2001) e Winterheart's guild (2003),
è ancora più sperimentale e a volte
cerca di discostarsi dai toni neoclassici presenti
in alcuni pezzi precedenti ("Picturing the
past" ad esmpio) mescolando anche alcune
influenze anni'80, che la band ha sempre mostrato
nel suo sound.
La opening track - "Misplaced" - inizia
con un ritmo alquanto speed, coronato prima dal
suono tagliente dell'Hammond del nuovo tastierista,
Henrik Klingenberg, poi da una ottima scelta di
sintetizzatori, che si sposa a meraviglia col
riffing di Jani (il chitarrista) e finisce in
un ritornello easy-listening ma travolgente. Va
elogiato in questo pezzo il buon lavoro di chitarra
che riesce a sfoderare un'assolo più su
lidi hard-roccheggianti.
La seconda canzone - "Blinded no more"
- invece è quasi un mid-tempo per tutta
la sua durata: qui ritornano sempre le atmosfere
ottantiane e la prova canora di Tony Kakko è
sempre in primissimo piano, come del resto di
tutto il quintetto.
"Ain't your Fairytale" è il classico
pezzo power che ti colpisce al primo ascolto,
e qui ancora vanno elogiati i duelli tra Jani
e Henrik.
"Reckoning day, Reckoning night" è
un pezzo strumentale composto dal tastierista
che mostra un ottimo gusto per gli arrangiamenti
classici.
La canzone precedente fa da intro alla successiva"Don't
say a word", il singolo apripista dell'album,
caratterizzato da un tempo molto tirato che si
trasforma in ritmi più cadenzati nel ritornello
e nella seconda parte della canzone. C'è
da menzionare la bravura dei musicisti a unire
intermezzi soft con il resto del pezzo (magnifici!).
"The boy who wanted to be a real puppet"
è forse uno tra gli episodi più
intriganti ed affascinanti dell'album. Qui si
mescolano le influenze più svariate della
band, con parti di pianoforte e cori che riportano
alla mente alcune influenze prog (Jethro Tull
in primis) ma comunque c'è sempre il trademark
inconfondibile di Kakko&co.
A seguire c'è il classico pezzo dei Sonata
Arctica, "My Selene", con il solito
ritornello riconoscibile al primo ascolto: che
dire? Una canzone d'amore con la doppia cassa
in evidenza e un ottimo assolo di tastiera.
"Wildfire", dopo un'inizio soft sfocia
in un gran lavoro di batteria e oltre alla coinvolgente
linea melodica bisogna elogiare ancora una volta
i continui cambi di tempo che ben si amalgamano
con il resto del brano.
"White Pearl, Black Oceans" mette in
mostra l'ennesimo lato creativo dei Sonata che
cercano di coagulare la tranquillità di
una ballad e al contempo il classico speed: splendide
le linee di piano.
L'album termina con il secondo singolo "Shamandalie"
(arrivato terzo in Finlandia), una ballad con
una bella melodia che mette la ciliegina sulla
torta a questo gran bell'album.
Cosa dire? Da amante del power direi che per me
si è rivelato una gran bella sorpesa (a
differenza dei tanti emuli di Stratovarius ed
Helloween), che va apprezzata non per l'originalità
(è evidente che non inventano niente di
nuovo), bensì per il modo di miscelare
le svariate influenze della band che come detto
vanno dall'hard rock al prog e alla musica classica.
Ma essendo recensore, e rivolgendomi perciò
ad ascoltatori differenti, posso consigliare questo
disco a chiunque ami la melodia di stampo helloweeniano
e che apprezzi le sperimentazioni in campo power.
Insomma, un ottimo prodotto ben suonato e ben
cantato che sicuramente ha il pregio di discostarsi
un po' dai soliti clichè del genere e che
può interessare anche gli amanti di altre
sonorità.
P.S.
Nella versione giapponese è presente come
bonus track una jam del gruppo che si cimenta
in una rumba brasiliana - "Wrecking th sphere"
-(incredibile!!!).