Dinanzi
ad un titolo cosi altisonante, cosa mai verrebbe
da pensare leggendolo?
Sicuramente i tempi d'oro delle "zucche di
Amburgo", gli anni dall'86 al 89, in cui
la line-up teutonica partorì i dui capolavori
della loro carriera, i due "Keepers",
facendo nascere concretamente il nostro amato
genere, il power, che fino ad allora aveva avuto
solo dei primi abbozzi grazie a band come gli
Accept (ritmiche speed, ritornelli melodici e
riffs taglienti). Dicevamo, furono proprio questi
gli anni in cui, grazie soprattutto all'apporto
compositivo di Kay Hansen e dell'ugola di Michael
Kiske, il combo tedesco partorì questi
autentici gioielli ,che non furono però
mai più lontanamente bissati negli anni
a vemire. Il resto della storia fino ad oggi credo
la conoscano tutti, anche i fan meno accaniti.
Ebbene si, ritrovarsi a distanza di vent'anni
di fronte al "guardiano delle sette chiavi"
fa di sicuro uno strano effetto: ma l'effetto
ancor più grosso lo fa la line-up, dei
cui membri superstiti son rimasti Weikath e Grosskopf.
Intendiamoci, gli Helloween dell'era Andi Deris,
pur originali e creativi, non sono manco lontanamente
arrivati a concepire qualcosa di simile ai due
colossi storici per vari motivi: cambio di line
up, diverso song writing ecc.
E allora? Siamo di fronte a un capolavoro o ad
una "trovata" commerciale di pessimo
gusto? Sentire per credere...
L'album è diviso in due cd separati con
una durata complessiva di circa due ore. Dopo
una breve intro narrata parte "The King for
A 1000 Years" dove ad un inizio acustico
in cui la fanno da padrone la chitarra di Sascha
e la voce cristallina di Deris si alterna una
parte ritmica serrata con cori anthemici, poi
si ritorna a parti in cui è assai pedissequa
la cura delle parti strumentali: belle le atmosfere
sinfoniche grazie ad un uso intelligente delle
tastiere. Si passa poi per ritmi ancor più
soft, in cui le due chitarre dipingono paesaggi
sognanti, fino all''irrompere di potenti riffs
cadenzati e dell'oscura voce di Andi: da apprezzare
inoltre anche l'ottimo refrain della parte finale,
in cui cambi di melodie e tempi sono sempre ben
azzeccati, canzone capolavoro.
"Invisible Man" è introdotta
dal possente basso di Markus Grosskopf, seguito
da tutto il resto della band ed infine dalla voce
ispirata di Deris: anche qui c'è da sottilineare
la grande complessità e creatività
del brano, in cui si aprrezza sia il duello centrale
delle due chitarre, sia il successivo intermezzo
di piano, voce e chitarra che, come nella song
precedente, riesce a creare momenti di grande
suggestività. Si ritorna così al
chorus easy listening del brano, finendo in tonalità
più alta, dove si riescono ad apprezzare
gli acuti del buon vecchio Andi (non sarà
Kiske, ma poco importa).
"Born on Judgement Day" è invece
rispetto ai brani precedenti molto più
diretta e con un chorus iper-melodico nel ritornello:
tipica power songs, in cui la voce potente di
Deris si staglia su un tagliente muro di chitarre;
bello il fraseggio centrale tra Weickath e Gerstner
con rispettivi assoli, ottimo stacco di basso
e batteria nella parte prima del ritornello finale;
grandi acuti finali anche in questo pezzo.
"Pleasure Drone", per quanto ben suonato
e bello all'ascolto, manca però della giusta
dose di potenza: ben riuscito il ritornello centrale,
ma nel complesso questa canzone è giù
di tono rispetto alle prime tre.
E passiamo ora al singolo tanto sentito e discusso
prima dell'uscita di questo platter: "Mrs.God",
per quanto banale e scontata, è dotata
di un ritornello ruffiano e coinvolgente (dal
vivo almeno ha avuto una discreta resa).
"Silent Rain" chiude il primo disco,
e che dire? In questa song, forse mai come in
altre prima, potenza e melodia vengono amalgamate
alla perfezione: va notato il gran lavoro di batteria
del neo-arrivo Daniel Loeble, che oltre a saper
picchiare duro, dimostra una spaventosa bravura
tecnica, e ciò tutto a beneficio dei pezzi.
"Occasion Avenue" inizia con un'intro
in cui si sentono vari spezzoni di brani dei precedenti
"keepers" (Halloween, Eagle Fly Free,
ecc.), su cui si staglia, come nella prima song
dell'album, la chitarra acustica di Sascha e la
voce di Deris (che qui ricorda molto quella di
Ian Anderson dei Jethro Tull). Dopo questa introduzione
parte il brano, assai variegato, in cui cambi
di tempo, potenza e melodia riescono ad amalgamarsi
con l'oscura voce di Andi: gran lavoro di basso
e ottimi stacchi di batteria; forse l'unica pecca
è che il ritornello e le strofe non hanno
un vero e proprio collegamento riuscito, e fanno
sembrare il chorus centrale molto scontato rispetto
al resto della song (piccola imperfezione).
"Light the Universe" è invece
il secondo singolo, e risulta del tutto diverso
da tutti i brani precedenti: è una ballad,
in cui il pianoforte la fa da padrone; il tutto
è arricchito dal duetto tra Deris e la
cantante Candice Night che riescono a creare un'atmosfera
surreale, che sfocia in un ritornello magico e
riuscitissimo (bello anche il video). Con "Do
You know What You're Fighting for?" si passa
a lidi hard rock ottantiani, soprattutto nel chorus
del ritornello: belli i riffs di chitarra durante
la strofe.
"Come Alive" è un pezzo dove
a chitarre taglienti (quasi trasheggianti), fa
eco un ritornello melodico e un assolo di scuola
ottantiana. "Shade in the Shadow" è
una song che non ha alcun punto a suo favore,
essendo spenta (non nel ritmo) nelle idee e nella
melodia. "Get it Up" nell'inizio ricorda
molto la celeberrima "I Want Out", ma
riesce rispetto alle track precedenti, a risultare
godibilissima e divertente nel ritornello. L'album
si chiude con "My life for one more day",
brano che forse non è il più indicato
come finale, ma che nonostante ciò ha una
bella linea melodica ed è caratterizzato
da un tempo assai speed!
Bè cosa altro c'è da dire? Niente,
perchè questo disco, pur non essendo per
varie motivazioni paragonabile ai due capitoli
precedenti, risulta sicuramente l'album più
maturo dei nuovi Helloween.