Tornano i Grave
Digger con un nuovo concept album (il secondo
dopo l'uscita dalla band del chitarrista Uwe Lulis),
ispirato questa volta all' "Anello dei Nibelunghi"
già musicato nell'omonima opera lirica
di Richard Wagner. In questa sede non mi dilungo
sul concept, che è ampiamente spiegato
nel booklet del cd, e comunque come intuibile
si basa sulla mitologia nordica.
Dal punto di vista strettamente musicale il disco
recupera in pieno il classico sound della band,
molto epico e potente, che si era un po' perso
nel precedente "The Grave Digger"a questo
punto da vedere come un lavoro di transizione,
dovuto al cambio di chitarrista con Manni Schmidt
(ex Rage) che è andato a sostituire Uwe
Lulis.
Dopo la sinfonica intro "The ring",
la partenza è affidata alla title track
"Rheingold" epica, potente e cattiva
come è nel classico stile Grave Digger
e dotata di un refrain corale molto suggestivo.
Segue "Valhalla", un autentica mazzata
nei denti che concede un po' di respiro solo all'altezza
dell'epico bridge ed è destinata a fare
sfracelli nelle esibizioni live della band. Stesse
caratteristiche per "Giants", se si
eccetua un breve stacco orchestrale al centro.
Molto bella è "Maidens of war"
canzone decisamente più elaborata delle
precedenti, dove a parti molto melodiche se ne
alternano altre decisamente più tirate
e molto epiche. "Sword" è epicità
allo stato puro: un mid-tempo schiacciasassi con
un solenne refrain corale di sicuro effetto. "Dragon"
si alterna invece tra strofe cupe e rallentate
e un ritornello decisamente più veloce
e diretto ma alquanto banale.
Assai devastante si rivela "Liar" autentica
mazzata speed-metal: meno di tre minuti di musica...
ma infuocati. Gioca molto sulle atmosfere invece
"Murderer" alternando strofe lentissime
ma oscure ed evocative con un refrain epico ed
immediato. La lunga e solenne "Twilight of
the gods" chiude bene l'album, riassumendone
un po' tutte le caratteristiche e risultando comunque
convincente di suo.
In conclusione
un discreto album di una band che dopo 20 anni
di carriera è ancora qui a suonare la
sua musica in modo onesto pur senza avere mai
ottenuto un grandissimo successo commerciale.
In questo caso ho l'impressione che i Grave
Digger abbiano voluto giocare sul sicuro con
un album che rispecchia in pieno il loro stile,
senza aggiungere alcun elemento di novità.
La mancanza di pezzi memorabili, come quelli
che han reso grande "Tunes of war"
penalizza un po' un disco che sicuramente accontenterà
i fan della band, ma difficilmente gli farà
fare nuovi proseliti.