E’ il
1999 e i Gamma Ray tornano alla ribalta con “Powerplant”,
secondo album con la line-up che diventerà
la più longeva in assoluto (resistendo
ancora oggi). Rispetto al precedente ed acclamatissimo
“Somewhere Out In Space” si nota subito
una differenza: ci sono meno canzoni, ma di maggiore
durata. Anche il sound del gruppo muta leggermente,
facendo registrare un moderato appesantimento
delle chitarre.
In “Powerplant” trova sfogo il lato
più epico del gruppo, sia sul versante
musicale che su quello delle te matiche trattate,
anche se non mancano gli episodi più consoni
al tipico power marchiato Kai Hansen.
Si parte subito con una scarica
di adrenalina: “Anywhere In The Galaxy”
è l’apripista ideale per l’album,
è sparata a mille e lascia senza fiato
quasi a voler tracciare un’ideale linea
di collegamento con “Somewhere Out In
Space”.
Seguono un paio di canzoni nelle quali le melodie
la fanno da padrone; si parla di “Razorblade
Sigh” e “Send Me a Sign”,
due pezzi “made in Hansen” dalla
prima all’ultima nota che esaltano le
doti compositive del cantante e chitarrista
di Amburgo.
“Strangers In The Night” è
forse l’unica canzone dell’album
a non lasciare il segno, risultando un po’
troppo prevedibile, mentre la successiva “Gardens
Of The Sinner” è una piccola perla
immeritatamente sottovalutata per troppo tempo
(è stata rispolverata giusto nel 2003
per lo “Skeletons in The Closet Tour”):
con il suo incedere incalzante ricorda la storica
“Victim Of Fate” degli Helloween.
A seguire troviamo due canzoni particolari:
“Short As Hell” è un brano
breve e non proprio in linea con le coordinate
stilistiche dei Gamma Ray e per questo potrebbe
risultare estraneo al resto dell’album,
ma in fin dei conti si incastra alla perfezione
nel “mosaico-Powerplant”. “It’s
A Sin”, invece è una cover del
famoso pezzo dei Pet Shop Boys e nella versione
riveduta e corretta dal quartetto tedesco acquista
una notevole dose di grinta risultando credibile
anche come pezzo heavy metal: senza dubbio una
rivisitazione magistrale ed azzeccatisima.
Ma è il momento del pezzo più
trascinante dell’album (e non solo), vale
a dire “Heavy Metal Universe”. Il
pezzo è un mid-tempo abbastanza canonico
con un testo che, a leggerlo, sembrerebbe un’imitazione
di un inno de i Manowar, però... Mettete
il CD nello stereo e fate partire la traccia
numero 8: vi ritroverete a cantare il ritornello
a squarciagola senza nemmeno accorgervene! La
canzone sarà anche ruffiana, ma ha un
“tiro” veramente incredibile: un
altro colpo da maestro di Sua Maestà
Kai Hansen.
La successiva “Wings Of Destiny”
è una tipica canzone “alla Gamma
Ray”, molto veloce e caratterizzata da
melodie accattivanti soprattutto nel ritornello.
Alla lunga questo non è poi un pregio,
visto che finisce per perdere un po’ di
mordente.
Il finale dell’album, viceversa, è
veramente eccellente: “Hand Of Fate”
è un pezzo cadenzato ed arricchito da
un coro epicissimo (vi ha partecipato, tra gli
altri, anche Piet Sielck degli Iron Savior):
un vero e proprio inno che meriterebbe maggior
risalto nella discografia del gruppo. L’ultimo
brano della track-list è “Armageddon”
e si può affermare che è la chiusura
ideale per un lavoro come “Powerplant”:
una tipica canzone power di scuola tedesca,
fresca e dinamica, che non da modo all’ascoltatore
di annoiarsi sebbene la sua durata superi abbondantemente
gli otto minuti.
Tirando le somme, “Powerplant”
è senza dubbio un buon album contenente
alcuni ottimi episodi (“Gardens of the
Sinner”, “Heavy Metal Universe”,
“Hand Of Fate” e “Armageddon”)
ed altri comunque di buon livello (basti pensare
alla cover dei Pet Shop Boys). Il fatto che
sia uscito dopo un lavoro mostruoso come “Somewhere
Out In Space” non l’ha aiutato in
sede di giudizio all’epoca del lancio,
ma ad una valutazione a posteriori si può
affermare che è stato un po’ troppo
bistrattato e merita una rivalutazione pur essendo
ben lungi dal guadagnarsi i galloni di “capolavoro”.
Un album non fondamentale, ma godibilissimo
tanto per i fans quanto per gli amanti del gen
ere: l’importante è ricordarsi
che i capisaldi sono altri.