Dopo 2 anni
e mezzo di assenza dalle scene (“spezzati”
dalla pubblicazione del live “Burning Down
the Opera” nel 2003) tornano gli Edguy,
ex ragazzini terribili del power.
Lo fanno con “Hellfire Club” (sesta
fatica in studio per il quintetto di Fulda se
si comprende anche il remake di “The Savage
Poetry”), un album preceduto da grosse novità.
La prima nonché più appariscente
è il cambio di label, dalla AFM alla Nuclear
Blast, ufficializzato nell’ottobre 2003
e che ha portato evidenti benefici in termini
economici e di promozione. Altra importante novità,
stavolta di carattere prettamente musicale, è
l’utilizzo di una vera orchestra in alcuni
brani dell’album: si tratta della Filmorchestra
Babelsberg, attiva prevalentemente nel campo cinematografico.
Fatte queste doverose premesse, si può
passare all’ascolto vero e proprio del disco.
Dovendo dare una valutazione d’insieme,
il primo termine che mi viene in mente è
“compatto”: siamo al cospetto di un
album ottimamente suonato e ricco di spunti, apparentemente
privo di grosse pecche. Scendendo nel dettaglio
rimane in testa dal primo momento l’opener
“Mysteria”, una canzone molto aggressiva
e veloce (a tratti ricorda un po’ i Judas
Priest di Painkiller) che presenta però
un ritornello in pieno “Edguy-style”
che sembra fatto apposta per essere cantato a
squarciagola.
Ancora migliore, secondo me, è il brano
successivo: “The Piper Never Dies”
si apre con una sommessa intro dal sapore “settantiano”
(fa capolino anche un organo Hammond) per poi
trasformarsi in un imponente mid-tempo nel quale
spiccano soprattutto la voce di Sammet, molto
più “sporca” ed “hard-rocheggiante”
del solito, ed il pre-ritornello (una vera chicca).
La canzone col suo retrogusto epico si snoda attraverso
successive stratificazioni musicali arrivando
a toccare i 10 minuti di lunghezza pur senza affaticare
l’ascoltatore e a mio parere si guadagna
la palma di miglior brano dell’album e di
uno tra i migliori pezzi in assoluto del gruppo.
Meritevoli di citazione sono anche “King
Of Fools” e “Lavatory Love Machine”,
due canzoni che mettono in luce un lato degli
Edguy che pochi conoscono e possono aspettarsi
da un gruppo come loro. “King Of Fools”
è anche il pezzo scelto come singolo apripista
dell’album, un brano coinvolgente fin dall’intro
di tastiere e che si sviluppa su di un altro mid-tempo
condito da riff di chitarra piuttosto grezzi salvo
poi prorompere nel solito irresistibile ritornello;
una song breve ed accattivante, senza dubbio ben
riuscita. “Lavatory Love Machine”,
che guarda caso sarà il secondo singolo
estratto dall’album, porta gli Edguy sui
sentieri dell’hard rock più immediato
ed è supportato dal testo assolutamente
folle e goliardico partorito dalla mente dell’ispiratissimo
Sammet (si parla delle fantasie ad occhi aperti
di un passeggero imbarcato su un aereo ed affetto
dalla paura del volo... Ovviamente quando lo sguardo
cade sulla hostess le fobie passano decisamente
in secondo piano!). La canzone è semplice
e cattura al primo ascolto, regalando quattro
minuti di puro divertimento.
A questo lotto di ottimi pezzi se ne aggiungono
altri comunque sopra la media: non mancano i brani
veloci, vere cavalcate power di buona qualità
alle quali gli Edguy ci hanno abituato (“We
Don’t Need A Hero”, “Down To
The Devil”, “Under The Moon”
e “Rise Of The Morning Glory”, quest’ultima
con un ritornello degno degli Helloween dei tempi
migliori); c’è un altro granitico
mid-tempo (“Navigator”, in cui si
segnalano gli ottimi cori nei quali compaiono
Amanda Somerville, Oliver Hartmann e Ralf Zdiarstek);
ci sono, infine due ballad: la prima (“Forever”)
è abbastanza “canonica”, ma
senza dubbio più ispirata – per esempio
– di “Wash Away The Poison”
presente in “Mandrake”, mentre per
la seconda bisogna fare un discorso leggermente
differenziato in quanto si tratta di un pezzo
completamente orchestrale (più qualche
parte di batteria) nel quale Sammet da un’altra
prova di incredibile versatilità vocale
andando a sfiorare l’interpretazione operistica.
Ho volutamente tralasciato “Lucifer In Love”,
intermezzo di circa trenta secondi che richiama
l’intro di “Down To The Devil”
con l’aggiunta di alcuni gemiti distorti
che dovrebbero simulare – suppongo –
l’amplesso di Lucifero: mi è parso
piuttosto inutile.
Nella versione dell’album in mio possesso
ci sono anche due bonus tracks: “Children
Of Steel” è un vecchio brano degli
Edguy presente in uno dei loro primi demo e risuonato
nel 2003, che nella nuova versione acquista un
bel po’ di mordente a dimostrazione che
le idee ci sono sempre state, ma prima mancava
l’esperienza.
L’altro pezzo è una versione alternativa
di “Mysteria” con un paio di parti
cantate da Mille Petrozza dei Kreator: per quanto
sembri impossibile, il pezzo acquista ancora più
cattiveria grazie alle strofe “abbaiate”
(in senso buono, ovviamente) dall’ospite
e si diversifica dall’originale in maniera
sufficientemente da avere un significato.
In definitiva, gli Edguy fanno un altro significativo
passo avanti nella loro breve eppure già
densissima carriera. Questo album non si può
definire un “capolavoro”, ma prosegue
un percorso di personalizzazione intrapreso dal
gruppo già con “Theater of Salvation”
e reso concreto con “Mandrake”: Sammet
e soci si stanno creando uno stile tutto loro
e ricco di sfaccettature, teso a rendere gli Edguy
un gruppo riconoscibile al primo ascolto nella
giungla del power di questi anni e l’impressione
è che stiano riuscendo a conseguire il
loro obbiettivo.
“Hellfire Club” è un disco
molto vario e ben bilanciato, che non stanca in
fretta come succede a molti dischi appartenenti
a questo filone musicale. Il gruppo è cresciuto
ancora e Sammet è sempre più un
punto di riferimento in una scena dove le idee
fresche scarseggiano già da diversi anni.
Acquisto da fare ad occhi chiusi per i fans del
gruppo e caldamente consigliato agli amanti del
genere.