Dopo
la defezione di Ozzy Osbourne nel 1979, i Sabbath
erano alla disperata ricerca di un vocalist che
non facesse rimpiangere la mancanza del "mad-man"
e che, come lui, riuscisse a catturare l'attenzione
dei fans. La scelta ricadde (fortunatamente) sull'ex
cantante degli Elf e dei Rainbow, il giovane statunitense
Ronnie James Dio. Pur non essendo un intrattenitore
come il "mad-man", Ronnie venne molto
apprezzato dai fan per le doti vocali (superiori
a quelle di Ozzy), e la sua passione per il gotico
e la magia si sposarono a meraviglia con il carattere
tetro ed enigmatico dei Sabbath. Da questi presupposti
nasce uno degli album più riusciti dell'intera
discografia della band: "Heaven and Hell",
disco nel quale si sente un approccio molto più
heavy rispetto alle releases precedenti, e soprattutto
continua l'uso delle tastiere (suonate da Geoff
Nicholls) che creano atmosfere assai suggestive.
Si parte in quarta con "Neon Knights",
uno dei pezzi più veloci dei Sabbath, che
mette subito in evidenza le paurose potenzialità
vocali del nuovo singer: il tutto è condito
da un'ottima prova di Bill Ward alle pelli e di
Tony Iommi e Geezer Butler, rispettivamente alla
chitarra e al basso: gran pezzo heavy.
Si passa subito ad atmosfere più malinconiche
e decadenti con la celeberrima (e mai troppo apprezzata)
"Children of the Sea", una delle song
più belle della storia del metallo in generale:
da un'intro di chitarra e voce (che sembrano introdurci
a una ballad) si passa a toni più pesanti
e cadenzati per poi ritornare nuovamente a parti
più rilassanti e meno robuste: capolavoro!
"Lady Evil" è invece orientata
più verso l'hard rock dei 70's e a farla
da padrona sono qui in particolare il basso di
Geezer e il ritornello melodico, oltre a un buon
assolo di Iommi.
La title-track, "Heaven and Hell", con
il suo ritmo monolitico ben scandito da basso
e batteria, e condito dalla voce alta e graffiante
dell'elfo statunitense, è a detta di molti
uno dei pezzi più sperimentali e ben riusciti
del repertorio sabbathiano: dopo una parte in
cui Iommi sfodera parecchi assoli,il pezzo passa
a un ritmo più speed e sostenuto, per terminare
con uno stupendo arpeggio classico di chitarra:
leggenda!
Con "Whishing Well" si ritorna ad un
hard rock sanguigno, con un'ottima prova di tutto
il gruppo, ma soprattutto di Dio e di Tony Iommi:
il primo per l'interpretazione del brano e il
secondo per i variegati arrangiamenti chitarristici
(mai banali).
Il pezzo successivo, "Die Young", inizia
con atmosfere con reminescenze pinkfloydiane (buon
lavoro di tastiere) per poi trasformarsi in uno
dei pezzi più famosi e riusciti della storia
dell'Hard & Heavy: qui Ronnie James Dio supera
se stesso per potenza e altezza vocale, trovandosi
a suo agio sia su tonalità alte che baritone,
ma non va dimenticato il lavoro di chitarra, che
ci delizia in assoli arrembanti: come scordarselo?
"Walk Away" è un brano con un
approccio di nuovo roccheggiante (quasi alla Kiss
nei ritornelli), che forse poteva essere arrangiato
con più attenzione, ma che di certo non
sfigura nel contesto dell'album.
Il disco termina con "Lonely is the World",
track dove la chitarra è in primissimo
piano sia nei riffing delle strofe che negli arpeggi
e negli assoli molto più soft: il ritmo
è molto variabile, e si passa da momenti
più duri ad altri più tranquilli,
per finire con un sottofondo di tastiere che chiudono
un disco incommensurabile.
Cosa aggiungere dopo tutto ciò? Album come
questo hanno fatto la storia del rock in generale
e soprattutto va tenuto conto che era nato come
un disco di transizione, ma che non ha mai sfigurato
innanzi a pietre miliari quali "War Pigs",
"Master of Reality" o "Sabbath
Bloody Sabbath". Certo, c'è gente
che preferisce Ozzy a Dio, ma dal punto di vista
vocale, interpretativo e compositivo il livello
raggiunto è superiore a quello precedente
e una release così altro non è che
un "must" per chiunque ascolti questo
genere di musica.