Dopo
l'omonimo album di debutto, e il secondo ben riuscito
"I'm a Rebel", lo storico combo tedesco,
che fino a quel momento era riuscito a destare
un discreto successo ma niente di più,
in terra tedesca e in Inghilterra, con il loro
sound influenzato dall'hard rock dei '70 (Ac/Dc
su tutti), danno alle stampe questa loro terza
release, "Breaker", che costituirà
il terreno seminali di quelli che saranno i grandi
capolavori della band teutonica ("Restless
and Wild", "Balls to the Wall"
e"Metal Heart"). L'album vede tutta
la line-up storica al completo, comprendente il
"piccolo grande" Udo Dirkschneider alla
voce, Wolf Hoffmann alla chitarra solista, Jorg
Fisher alla ritmica, Peter Baltes al basso e Stefan
Kauffmann alle pelli. Il suono che si percepisce
dall'ascolto di questo disco è molto più
veloce e potente di quello in precedenza: non
a caso sono proprio gli Accept uno dei primi gruppi
a partorire lo Speed Metal in quanto tale.
"Starlight" parte con un riff tagliente
di chitarra e un ritmo molto heavy su cui si staglia
la voce al vetriolo di Udo, aggressiva e potente:
buono il bridge centrale di chitarra e il successivo
fraseggio arabeggiante tra le due; ottima opener!
Neanche il tempo di respirare ed ecco uno dei
classici della band: "Breaker". La canzone
è un misto di potenza e velocità:
ammirabile il lavoro alla batteria di Kauffmann,
e il ritornello molto orecchieabile e anthemico.
"Run if You Can" inizia con un incidere
molto priestiano e dopo un ottimo pre-ritornello
si arriva ad un altro gran bel ritornello tutto
da cantare: belli i cori melodici accompagnati
dal bell'assolo di Wolf Hoffmann.
Con "Can't Stand the Night" si passa
ad atmosfere più soft e malinconiche, dove
ad arpeggi di chitarra fa eco la voce triste di
Udo (grande interpretazione): il pezzo risente
molto l'influenza dei connazionali Scorpions,
soprattutto nel chorus centrale, ma è veramente
una perla di rara bellezza!
"Son of a Bitch" è un pezzo invece
molto aggressivo e potente: non c'è un
tempo serrato, ma le chitarre riescono a costruire
pesanti muri sui quali la voce di Udo esprime
tutta la rabbia nel ritornello: bella song ma
forse poteva essere resa ancor meglio, ad esempio
con un assolo più incisivo.
"Burning" ricorda molto quello fatto
nei primi due album: rock'n'roll allo stato puro,
condito da ritmiche devastanti, che dal vivo fanno
una grandissima presa; bello il pre-ritornello
e le ripartenze; per quanto pecchi di poca originalità,
il brano risulta assai divertente e accattivante.
Con "Feelings" torniamo ad un mid-tempo
cadenzato, dove a ritmiche hard roccheggianti
nelle strofe, si arriva ad un ritornello iper
melodico, dove la voce di Udo riesce a rendere
anthemico questo brano sempre poco (ingiustamente)
apprezzato.
"Midnight Highway" è un'altra
canzone melodica con cori easy-listening (che
ricordano parecchio "You Shook Me All Night"
degli Ac/Dc): bello il pre-ritornello dove vi
è un crescendo di voci, fino al chorus
centrale; bello anche l'assolo.
Un arpeggio acustico di Hoffman ci introduce a
"Breaking Up Again", dove a cantare
è qui Peter Baltles, autore di una grandissima
prova canora: belle le atmosfere soft e sognanti
del brano, condite da un assolo romantico ed indimenticabile.
L'ultima track dell'album è "Down
and Out", canzone in pieno stile heavy ottantiano,
che nonostante però un riffing ben riuscito
e una buona dose di grinta non è di certo
indimenticabile rispetto ad altri pezzi.
L'album in questione oltre ad avere il merito
di essere il primo della loro carriera ad assumere
il loro tipico sound basato su potenza e melodia,
è stato quello che diede il via alla loro
ascesa già col successivo, monolitico "Restless
and Wild", e li portò ad un tour mondiale
come apripista dei Judas Priest, loro idoli, nonchè
ispiratori.