Recensire
un album dei Rhapsody (...ops...Rhapsody Of Fire...)
non è mai cosa semplice, vuoi per la complessità
delle loro composizioni, vuoi per il fatto che
rimangono sempre il gruppo più amato/odiato
della penisola.
Triumoh Or Agony è il loro settimo album
(esclusi quindi "Live In Canada" e il
"Best of") della loro ormai ampia discografia.
La stesura dei pezzi è avvenuta prevalentemente
durante il tour con i padrini Manowar e questo
nel risultato finale ha inciso parecchio!
Ciò che ci viane proposto infatti non è
il classico "Rhapsody - style" con doppia
cassa a go-go, velocità e immediatezza
(anche se, ad onor del vero, già in Symphony
of Enchanted Lands Pt. 2 l'immediatezza in alcuni
pezzi veniva accantonata a favore di soluzioni
più complesse), ma presenta molte novità
(mid-tempos è la parola d'ordine in questo
nuvo capitolo); una svolta del sound dei Rhapsody
Of Fire chiara e decisa che, ne sono certo, esalterà
i molti e farà storcere il naso ai pochi.
Ma andiamo con ordine, analizzando l'album track
by track.
La classica introduzione è affidata a Dark
Kunor, sdoppiata in Echos from the Elvish Woods
e Fear of the Dungeons; una voce macabra è
posta in apertura del pezzo seguita da lento e
mai invadente incedere dell'orchesttra fino a
sfociare con potenza inaudita accompagnata da
tutta la band. La ritmica cadenzata ci da l'idea
del nuovo corso intrapreso dai triestini.
Segue Triumph or Agony, magistralmente eseguita
da un Lione sopra le righe (strano...); il sound
è compatto, potente, heavy! La track è
l'unica del lotto vicina ai vecchi Rhapsody grazie
alla sua vena speed e all'utilizzo della doppia
cassa nel pre-chorus (alquanto evocativo). Menzione
particolare va a Staropoli che nel break centrale
ricrea con le sue tastiere un motivo horrorifico
da brivido seguito dal classico assolo "macchiavellico"
di Turilli.
Heart of the Darklands è un altro pezzo
a velocità sostenuta ma che presenta nella
sezione ritmica soluzioni riconducibili ai vecchi
Dream Theatre per tempi dispari e controtempi,
dimostrando come il drummer Holzwarth sia tra
i migliori in circolazione. L'orchestra compie
un lavoro magistrale dando pathos ed epicità
al pezzo.
Old Age of Wonders è il classico pezzo
mediaevale in stile "Forest of the Unicorns"
condito da un duetto Lione - Cinzia Rizzo (Aina,
Kamelot).
The Myth of the Holy Sword ci mostra i nuovi Rhapsody
Of Fire-, mid-tempos, linee di chitarre semplici
e cadenzate e con l'orchestra a render il tutto
più imperioso. Bello il break centrale
come l'assolo di Turilli, studiato nei minimi
particolari. Canzone che necessità di molti
ascolti per apprenderla a fondo (ai primi ascolti,
non a torto, vien da pensare a un "rammollimento"
dei nostri).
Giungiamo così all'immancabile appuntamento
con il lento in lingua italiana: Il canto del
vento. Il pezzo in questione, scritto interamente
da Lione, è di una bellezza unica! Difficilissimo
tecnicamente, grande testo e impressionante come
il coro e l'orchestra aumentino di intensità
lungo la durata dela traccia.
Ottimo!
Il singolo dell'album sarà Silent Dream
e si sente! La canzone è immediata, la
ritmica è alla "Wish I Had An Angel"
dei Nightwish, la melodia è azzecatissima,
stop and go da urlo! Pezzo perfetto per le classifiche
di vendita e in sede live. Da applauso anche la
scelta (coraggiosa a mio parere) di scegliere
un brano come singolo lontano dai canoni Rhapsodiani.
Nella track Bloody Red Dungeons i Rhapsody Of
Fire continuano ad esplorare i lidi del mid-tempos
e con risultati eccellenti grazie soprattutto
alle ambientazioni oscure che la song sa evocare.
Pezzo riuscitissimo.
Son of Pain (nella limited edition anche in italiano...commovente!)
è un lento di qualità superiore
a tutte quelle che attualmente circolano in ambito
metal (e non solo oserei dire). Il flauto in apertura
è qualcosa di stupendo (ricorda molto,
forse un po' troppo, Braveheart); la canzone poi
è impreziosita dalle impressionanti estensioni
e della interpretazione di Lione. L'orchestra
rende giustizia a un brano di rara bellezza.
La suite dell'album (questa non può mancare!)
dal titolo The Mystic Prophecy of the Demonknight
inizia con un arpeggio di chitarra acustica seguito
poi dalla sfociare della band in un refrain irresistibile.
Il brano (suddiviso in 5 parti con tanto di parti
recitate) muta in continuazione senza mai annoiare
l'ascoltatore; tutta l'essenza dei Rhapsody la
si può ritrovare in questi 16 minuti, impreziositi
dal vocione perentorio di Christopher Lee. Difficile
descrivere accuratamente il pezzo... vi consiglio
semplicemente di ascoltarlo!
L'album si conclude con Dark Reign of Fire, più
orchestrale che altro, bello ma che non aggiunge
molto all'album.
Album diverso, svolta stilistica evidente. Spiazzerà
non pochi... nel bene o nel male lo deciderete
voi. Il mio consiglio è un acquisto ad
occhi chiusi per chi ama i Rhapsody Of Fire e
per chi ritiene che Turilli e soci non riescano
ad evolversi. Non dico che li amerete... ma potreste
cambiare un po' certe idee.
Tra i primi nella mia top ten del 2006!