Come
poter iniziare la recensione di un album dei Motorhead?
Da cosa poter partire? Bè, la band di Lemmy
Kilmister non ha certo bisogno di presentazioni,
come pochi altri gruppi: trent'anni di onorata
carriera alle spalle, creatori di un suono agressivo
e originale al contempo (a cui tante band hanno
attinto e continuano ad attingere), fieri sostenitori
di uno stile (non solo musicale ma anche di vita)
per il quale sono stati sempre coerenti: sesso,
droga e rock&roll. Nel corso degli anni ci
sono state varie evoluzioni e cambi di line-up,
ma il carismatico Lemmy è sempre rimasto
lì a capitanare la sua creatura col suo
basso dirompente, la sua voce unica e il suo caratteraccio
incorreggibile: nonostante avesse riscontrato
problemi di salute e gli fosse stato consigliato
dai medici di riposarsi la scorsa estate, lui
come se niente fosse ha continuato imperterrito
a calarsi litri di whisky e fumarsi le sue Malboro.
Venendo all'ulbum, in concreto, dopo un buon ritorno
sulle scene con "Inferno", i tre inglesi
danno alle stampe un disco che prosegue sulla
falsa riga del suo predecessore ma con qualche
piccante novità.
Si parte con la devastante "Sucker",
pezzo molto tirato, come nella migliore tradizione
delle "teste di motore": ritmo tiratissimo
(alla "Aces of Spades", per intenderci),
chitarre graffianti e voce sovraumana (come sempre).
Si passa poi ad una classica Lemmy'n'roll song,
"One night stand", dall'andamento assai
coinvolgente, dove Phil Campbell sfodera uno dei
suoi assoli micidiali e il buon Lemmy ci delizia
con un gran bel ritornello molto melodico: spassosa!
"Devil I know" inizia con un riff tosto,
come ai vecchi tempi, e finisce nuovamente in
un ritornello che si stampa subito in mente: gran
lavoro sia di chitarra e di Mikkey Dee alle pelli.
"Trigger" è sicuramente uno dei
pezzi più riusciti dell'album, dove ad
aggressività e velocità si affianca
una melodia mai banale e da applaudire ancora
la parte di chitarra nel pre-ritornello: cotta
al punto giusto!
Con "Under the Gun" torniamo ad un tempo
nuovamente cadenzato, e a farla da padrona è
sempre la voce di Mr. Kilmister, soprattutto nei
cori del ritornello: nonostante ciò la
song ricorda molto qualcosa di forse un po' già
sentito ("Keys to the Kingdom" nel ritmo)
ma risulta comunque piacevole.
Ma ecco che il mago Lemmy caccia un coniglio bianco
dal cilindro: "God was never on your side".
Il pezzo è una ballad lenta e malinconica,
dove Lemmy con la sua voce "dolce" (si
fa per dire! ahahaha!) e la chitarra acustica
ci racconta di quando, alcune volte, nei momenti
difficili non si ha nessun aiuto, neanche da Dio:
una tra le ballad più belle che i Motorhead
abbiano mai scritto, grazie anche alla prova superlativa
di Phil Campbell nell'assolo.
Ma proprio nel momento in cui l'orecchio sembra
potersi riposare, ecco che spunta "Living
in the past" che, caratterizzata da pesanti
riffoni di chitarra (quasi trash nelle strofe),
mette in mostra il lato moderno dei Motorhead,
sempre pronti a trovare soluzioni differenti,
senza mai naturalmente smarrire il loro marchio
di fabbrica: bello il ritornello, molto hard-roccheggiante.
"Christine" è invece un classico
Lemmy'n'roll dove voce e chitarra la fanno da
protagonisti nel ritornello a tinte sempre molto
Hard Rock: questa song mette in mostra il lato
festaiolo di Mr. Kilmister, il quale l'avrà
dedicata sicuramente a una delle sue groupies.
Arriva così il turno di "Sword of
glory", canzone con un approccio molto più
heavy della precedente, dove sono sempre superlative
le soluzioni chitarristiche di Campbell.
"Be my baby" ha un inizio che ricorda
molto i Pantera (per il riff), per arrivare ad
uno scanzonato ritornello: pur essendoci parti
differenti, la canzone sembra assai ben amalgamata
da precisi cambi di tempo.
"Kingdom of the worm" sembra uscita
da qualche film Horror, soprattutto per il cantato
oscuro di Lemmy, e il ritmo risulta abbastanza
sostenuto: forse non colpisce però come
dovrebbe.
Per finire si giunge a"Going down"(scritta
dai Motorhead e dal figlio di Campbell, Todd),
molto speed e distruttiva dove tutti e tre i componenti
danno un'ottima prova: velocità e grinta
che rendono giustizia ad un bel disco.
Bà, di certo i Motorhead hanno già
scritto da tempo i loro capolavori, su questo
non c'è alcun dubbio, ma, al di là
di tutto, quest'album non è per nulla scontato,
e anzi forse è proprio qui che si possono
trovare delle novità nel sound dei Motorhead
(cosa molto difficile!): una ballad, sonorità
più moderne. Perciò "Kiss of
Death" risulta un album piacevole e ben riuscito
come lo era stato "Inferno".
P.S.
Nella versione limitata appaiono come bonus track
"R.A.M.O.N.E.S.", uscita già
sull'album "1916" e la cover dei Metallica
di "Whiplash".